Pozza di Fassa – Vista sul Sassolungo

Pozza di Fassa - Vista sul Sassolungo

Pozza di Fassa (Poza in ladino) è un comune italiano di 2 276 abitanti della provincia di Trento.

La zona di Pozza faceva parte politicamente dell’Antica Corte Longobarda di Fassa che aveva sede a Vigo. Successivamente divisa in 7 Regole, corrispondenti ai 7 Comuni attuali, con ordinamenti antichissimi. Poco ci resta di documentazione della sua storia antica. La valle in epoca altomedievale fu data ad un Cortese Longobardo poi Palatino Imperiale e poi Ministeriale Vescovile, che aveva il compito di fornire cavalli al suo signore. Per secoli formalmente sotto il dominio del Principe Vescovo di Bressanone, la valle vive una sua storia libera ed indipendente, quasi una piccola repubblica.

La Val di Fassa già abitata dai Rezi, antica popolazione di celti italici, in epoca preromana, fu poi romanizzata, tanto che i fassani popolo fiero, civile, onesto e laborioso, pur mantenendo nei secoli irrinunciabili e indiscutibili peculiarità, sempre si dichiararono ladini, cioè latini, italiani e non tedeschi, e anche più volte si protestarono parte delle genti italiane davanti al loro lontano signore la cui corte ecclesiastica e civile parlava ufficialmente tedesco. Tuttora in valle si parla un dialetto italiano di ceppo retico chiamato Ladino. Il Ladino come lingua è riconosciuto e protetto dallo stato italiano che ne promuove l’insegnamento nella valle al pari della lingua italiana. La Repubblica Italiana ne riconosce inoltre l’importanza culturale, sociale, storica, e si sente partecipe delle vicissitudini del popolo ladino. (vedi sotto in geografia antropica )

Pozza con la Valle passo sotto il controllo diretto del Tirolo appartenne nel 1803. Il fronte durante la Prima Guerra Mondiale passava nella valle e ancora si trovano piccoli reperti metallici e resti di bombe. Il 24 novembre del 1918 finita la guerra tornò a ricongiungersi col resto d’Italia. Dalla Metà del ‘900 cominciò il turismo di massa.

L’economia della valle è basata sulla bellezza delle sue montagne e sul turismo . L’attività di accoglienza si divide nell’offera tra estate ed inverno.

Nell’estate maggiore è la presenza di famiglie che cercano sui monti un po’ di quella tranquillità e genuinità che nelle grandi città di pianura sta scomparendo.L’aria buona, la gentilezza dei valligiani, i cibi genuini ed appetitosi, come il famoso formaggio d’alpeggio. Il pane fatto come una volta, i dolci secondo le ricette tradizionali, l’acqua sorgiva dei ghiacciai intubata nell’acquedotto. Molto buona anche l’offerta di carni particolarmente saporite, provenienti dagli allevamenti delle malghe.

A pochi minuti dal centro abitato con comode rilassanti tranquille passeggiate si può raccogliere le bacche e i funghi nella assoluta quiete del bosco. I più avventurosi possono cimentarsi in arrampicate su per le rocce, anche giusto sopra il paese. Una serie di rifugi permettono gite di svariati giorni senza scendere a valle. Gli alberghi offrono i più moderni confort e servizi di livello eccellente affiancati ad un’accoglienza familiare ed un’atmosfera tipica delle valli alpine.

Legato all’attività sportiva sciistica, attualmente molto in voga. La valle è uno dei principali centri turistici delle Dolomiti. Qui è nata la campionessa italiana di sci Chiara Costazza. Comodissima è la pista dell’Alloch è in paese davanti alla chiesetta di San Nicolò, dove, seduti sui tavolini del bar, si possono guardare gli sciatori che scendono veloci esibendo le loro prodezze atletiche. Poco oltre, di fronte, si può prendere la Cabinovia del Monte Bufaure, dove, con un sistema di piste, tra cui un’immensa pista che scende giù al paese. si può restare a sciare tutto il giorno. Non mancano piscine, saune, terme, per ristorarsi a fine giornata, tra cui i bagni sorti attorno alla sorgente dell’acqua sulfurea in fondo al prato della chiesa.

Pozza di Fassa. (6 settembre 2017). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 14 settembre 2017, 10:41 da it.wikipedia.org

Immagine Pozza di Fassa | Hotel Alaska

Colfosco – Vista sul Monte Sassongher

Colfosco - Vista sul Monte Sassongher

Colfosco - Vista sul Monte Sassongher

Colfosco (Calfosch in ladino, Kolfuschg in tedesco) è il borgo abitato più elevato dell’Alta Badia (1645 m s.l.m.), ed è un centro turistico ben attrezzato, che si trova nel cuore delle Dolomiti.

Fa parte del comune italiano di Corvara e si trova alle pendici del massiccio del Sella e del Parco naturale Puez-Odle sulla strada che da Corvara porta al Passo Gardena, verso la Val Gardena.

D’estate è il punto di partenza di molte passeggiate e vie ferrate; d’inverno, invece, offre numerose piste per tutte le difficoltà con il collegamento con il resto della vallata e con le vallate vicine, essendo compreso nel circuito della Sellaronda.

Sia Corvara sia Colfosco hanno acquisito fama internazionale nel XIX e XX secolo, quando hanno cominciato ad essere apprezzate per le attività sciistiche ed escursionistiche.

Nel 1947 è stata ultimata e collaudata la prima seggiovia d’Italia proprio a Corvara, che collegava l’abitato al Col Alto, avviando un processo di intensificazione dell’industria turistica e sciistica che ha visto un particolare incremento negli anni settanta, creando numerosi posti di lavoro per la popolazione locale ed anche per persone giunte da altre regioni.

Colfosco (Corvara in Badia). (6 febbraio 2017). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 24 luglio 2017, 09:51 da it.wikipedia.org

Il Sassongher è una montagna delle Dolomiti alta 2.665 m. Appartiene al gruppo del Puez, nel parco naturale Puez-Odle. Domina, con la sua mole imponente, i paesi di Corvara e Colfosco, in Alta Badia.

Per arrivare in cima al Sassongher partendo da Colfosco (frazione di Corvara) si raggiunge in cabinovia il rifugio Col Pradat (2.038 m s.l.m.) e successivamente si perviene alla forcella Sassongher. Da qui, con il sentiero n. 7, si giunge in cima a 2.665 metri di quota.

È possibile giungere in vetta anche dal rifugio Gardenaccia (2.050 m s.l.m.) seguendo il sentiero n. 5 fino alla forcella Sassongher e poi il n. 7, da Funtanacia per la val Juèl (sentiero n. 7 fino alla forcella ed poi in vetta) o dal rifugio Puez (2.475 m s.l.m.) coi sentieri n. 2 e 15 fino al passo di Gardenacia e da qui col n. 5 fino alla forcella Sassongher e il n. 7 fino in vetta.

È certo che da secoli contadini e cacciatori transitarono per il Sassongher spostandosi di valle in valle. È da citare la scalata della parete sud compiuta da Joseph Kostner, guida alpina di Corvara, nell’agosto 1900.

Sassongher. (5 marzo 2017). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 24 luglio 2017, 09:52 da it.wikipedia.org

Immagine | Alta Badia

Monte Civetta – Vista da Canale d’Agordo

Monte Civetta - Vista da Canale d'Agordo

Monte Civetta - Vista da Canale d'Agordo

Il Civetta (El Zuìta in ladino veneto) è un gruppo montuoso appartenente alle Dolomiti, situato in Provincia di Belluno.

Separa la Val di Zoldo dall’Agordino e fa da cornice al caratteristico paesino di Alleghe.

Nel lato a nord-ovest è caratterizzata da un’impressionante parete verticale con un dislivello di più di 1000 metri ed una lunghezza di circa 4 km, tra la “cima Su Alto” e la “Torre Coldai”. È chiamata nell’ambiente alpinistico “la parete delle pareti”, sulla quale scorrono alcune famosissime vie, tra le quali la Solleder-Lettembauer, la Philip-Flamm, la via dei 5 di Valmadrera e altri itinerari di elevata difficoltà alpinistica.

A 200 metri dalla vetta, sul più pacato lato zoldano, sorge il piccolo rifugio Torrani. A nord del gruppo, presso il monte Coldai vi è il Rifugio Sonino al Coldai, al centro, sul versante alleghese, il rifugio Tissi mentre all’altro estremo è localizzato il rifugio Vazzoler.

Il Civetta è citato per la prima volta in un documento del 1665 come Zuita, mentre viene riportato nella cartografia ufficiale a partire dal 1774.

L’origine del nome è stata a lungo discussa. Prevalgono principalmente due ipotesi: la prima lo avvicina al latino civitas, in quanto il versante che dà su Alleghe somiglierebbe ad una città turrita; altri, osservando che il monte viene chiamato Civetta (Zuita) anche nello Zoldano, dove la caratteristica parete non è visibile, lo rimandano al rapace notturno, forse perché in passato la montagna era ritenuta portatrice di disgrazie o maledetta. Taluni autori, in genere non bellunesi, preferiscono utilizzare la forma femminile “La Civetta”.

Il primo a raggiungere la vetta fu ufficialmente l’inglese Francis Fox Tuckett con le guide svizzere Melchior Anderegg e Jacob Anderegg nel 1867. In realtà, la cima era stata raggiunta almeno una volta nel 1855 da Simeone De Silvestro detto “Piovanel”, cacciatore di Pecol e informatore del Tuckett. Può darsi addirittura che ve ne fossero stati altri prima di allora, tutti cacciatori spintisi presso la vetta inseguendo i camosci.

Molto nota e conosciuta non solo dagli addetti ai lavori è la Transcivetta, classica impegnativa di corsa in coppia che si svolge ogni anno nella seconda metà di luglio lungo le pendici del monte.

Monte Civetta. (30 agosto 2016). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 2 febbraio 2017, 13:39 da it.wikipedia.org

Immagine | CdAMeteo

Vista sul Catinaccio da Nova Levante

Vista sul Catinaccio da Nova Levante

Vista sul Catinaccio da Nova Levante

Il gruppo del Catinaccio (in tedesco Rosengartengruppe o solo Rosengarten, in ladino Ciadenac o Vaiolon) è un massiccio delle Dolomiti situato tra la valle di Tires, la val d’Ega e la val di Fassa nel Parco naturale dello Sciliar. Altre valli interne alla catena montuosa sono (da ovest a est) il Vael, la val di Vajolet, la val di Udai, la val di Dona e la val Duron. Interessa la provincia autonoma di Trento e la provincia autonoma di Bolzano nel Trentino-Alto Adige.

Domina, anche se distante una ventina di chilometri, l’orizzonte orientale di Bolzano. Caratteristica del gruppo è la colorazione rosata che assume al tramonto, fenomeno visivo chiamato enrosadira.

La prima ascensione alla vetta più alta, il Catinaccio d’Antermoia, risale al 31 agosto 1872 ad opera di Charles Comyns Tucker, T.H. Carson e A. Bernard.

Esistono due nomi originari, relativi ai due versanti della catena che funge da confine linguistico tra il mondo ladino e quello germanofono. Quello ladino, “Ciadenac”, “Catenaccio”, costituisce anche la base della forma italiana più recente ed è da riferirsi, secondo Karl Felix Wolff alla ghiaia dolomitica tipica della catena.[3] L’altro nome, quello tedesco di “Rosengarten”, in uso dal versante sudtirolese, è attestato già dal XV secolo (1497 Rosengarten, 1506 Kofl am Rosengarten[4]), ed è riferito alla leggenda del mitico Re Laurino e pertanto di carattere eziologico, volendo dare una spiegazione al fenomeno dell’enrosadira. La saga del giardino ha anche dato il nome al cosiddetto Gartl (la zona ghiaiosa centrale della cima più alta) che da lontano appare come zona bianca, perché spesso imbiancata di neve già nelle stagioni intermedie.

Una delle caratteristiche peculiari del Catinaccio è la colorazione rosata che assume al tramonto. Il fenomeno è dovuto alla composizione delle pareti rocciose delle Dolomiti (formate dalla dolomia contenente dolomite, un composto di carbonato di calcio e magnesio). In ladino il fenomeno prende il nome di enrosadira, che letteralmente significa “diventare di color rosa”.

Senza dubbio è più suggestiva la spiegazione offerta da una delle più celebri leggende delle Dolomiti, la “leggenda di Re Laurino”, un re dei nani che aveva sul Catinaccio uno splendido giardino di rose (il significato della parola tedesca Rosengarten è appunto giardino di rose).

Un giorno il principe del Latemar incuriosito dalla presenza delle rose si inoltrò nel regno di re Laurino, ne vide la figlia Ladina, se ne innamorò e la rapì per farne la sua sposa. Laurino, disperato lanciò una maledizione sul suo giardino di rose colpevole di aver tradito la posizione del suo regno: né di giorno, né di notte alcun occhio umano avrebbe potuto più ammirarlo. Laurino dimenticò però il tramonto e l’alba quando, ancora oggi, il giardino e i suoi colori divengono visibili.

Gruppo del Catinaccio. (21 gennaio 2016). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 20 gennaio 2017, 14:06 da it.wikipedia.org

Immagine | Hotel Nigglhof

Nova Levante – Vista sul paese

Nova Levante - Vista sul paese

Nova Levante (Welschnofen in tedesco) è un comune italiano di 1.910 abitanti della provincia autonoma di Bolzano in Trentino-Alto Adige.

Il comune comprende anche la località di Carezza al Lago (ted.: Karersee), rinomata località turistica estiva ed invernale, posta a 1620 metri s.l.m., base di partenza per le escursioni nei gruppi del Catinaccio e del Latemar.

Nel corso dei secoli i pastori della val di Fassa edificarono case nei pressi dei loro pascoli estivi per poter svolgere le loro attività durante tutto l’anno e bonificarono sempre di più i boschi verso valle. Nova Levante viene citata per la prima volta nell’anno 1177 sotto il nome “Noue” (= dissodamento, terra nuova). Il nuovo quadro in porfido e pietra calcare che si incontra all’entrata del paese testimonia l’origine. Il piccolo stemma è quello del convento di Novacella, al quale per numerosi secoli è stato sottoposto Nova Levante.

La comunità di Welschnofen è originalmente ladina e fino al 1600 la maggioranza della popolazione manteneva un dialetto ladino proprio, di tipo badiotto. La parlata dell’area fu germanizzata naturalmente durante i secoli seguenti e il ladino originale è scomparso.

Il toponimo è attestato come Noue nel 1177, come Nofalatina nel 1295, come Welschennofen nel 1370 e come Wälischnofe nel 1388 e deriva dal latino nova (“terreno messo a coltura da poco”). Welsch o Welschtiroler sta per i tirolesi di lingua ladina o italiana (trentini). Quindi Welschnofen, originalmente abitato dai tirolesi di lingua ladina, e Deutschnofen / Nova Ponente, originalmente abitato dai tirolesi di lingua tedesca.

Nova Levante per la sua attenzione a favorire il turismo sostenibile e la mobilità dolce fa parte del consorzio delle Perle delle Alpi.

Nova Levante. (30 ottobre 2016). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 29 novembre 2016, 08:59 da it.wikipedia.org.

Immagine | eggental.com

Piz Boè sul Gruppo Sella

Piz Boè sul Gruppo Sella

Piz Boè sul Gruppo Sella

Piz Boè sul Gruppo Sella

Piz Boè sul Gruppo Sella

Piz Boè sul Gruppo Sella

Piz Boè sul Gruppo Sella

Piz Boè sul Gruppo Sella

Piz Boè sul Gruppo Sella

Il Piz Boè è una montagna delle Dolomiti alta 3.152 m. È la vetta più alta del Gruppo del Sella. Si trova al confine delle province di Trento, Bolzano e Belluno.

Il Piz Boè è uno fra i 3000 meno difficili delle Dolomiti per quanto riguarda le difficoltà tecniche ed il dislivello da percorrere: la funivia che parte dal passo Pordoi permette, infatti, di raggiungere la quota di 2.950 m del Sass Pordoi in pochi minuti. La via d’accesso non è comunque unica: se ne possono contare almeno 4 con diversi gradi di difficoltà.

Piz Boè. (5 settembre 2016). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 12 ottobre 2016, 07:28 da it.wikipedia.org

Immagini | Alta Badia

Rifugio Contrin sul massiccio della Marmolada

Rifugio Contrin sul massiccio della Marmolada
Vista sul Rifugio Contrin
Vista sul Rifugio Contrin

Il rifugio Contrin è un rifugio situato in Provincia di Trento, nel cuore del massiccio della Marmolada, a 2.016 metri di quota.

Il 6 settembre 1915 un colpo di mortaio distrusse il Contrinhaus, il rifugio che l’Alpenverein di Norimberga aveva inaugurato il 28 luglio 1897 in alta val di Fassa, ai piedi del vallone che sale a Passo Ombretta, davanti al pilastro sud della Marmolada di Penia, nel cuore del Trentino. Era destinato agli escursionisti, ma durante il conflitto, essendo sulla linea del fronte, era stato occupato dal comando austriaco della guarnigione a difesa della valle.

L’ufficiale italiano che diresse così magistralmente quel tiro si chiamava Arturo Andreoletti: Comandante della zona Serauta-Marmolada, 7º reggimento alpini, btg. Val Cordevole. Egli era un esperto alpinista, pioniere sulle Dolomiti e perfetto conoscitore di quelle montagne. Dopo la guerra il Contrin passò dalla SAT, la Società degli alpinisti trentini, all’Associazione Nazionale Alpini. Fu lo stesso Andreoletti, divenuto presidente dell’ANA da lui stesso fondata, a volere la ricostruzione del rifugio, che venne inaugurato con un’Adunata nazionale nei giorni a cavallo fra l’agosto e il settembre del 1926. Tre anni dopo fu costruito il rifugio attiguo, che sarà intitolato alla Medaglia d’Oro Efrem Reatto, caduto in Abissinia.

È del 1930, una cappella dedicata ai Caduti della montagna e una statua in bronzo che ricorda la figura di Francesco Barbieri, Medaglia d’Oro al Valor Militare del 7° alpini, caduto sulle Creste di Costabella nell’ottobre 1916.

il fascino spettacolare di un panorama che, a 360 gradi, lascia anche lo spettatore più tiepido stregato dalla magia delle cenge e dei canaloni ancora abbondantemente innevati, delle cascate che animano le pareti, della maestosa e austera verticale sud della Marmolada, con i suoi 700 metri che svettano verso il cielo.

Al resto ci pensa madre natura. C’è una fioritura dove i rododendri fanno la parte del leone, ma non sono marginali nemmeno le genzianelle e una miriade di stupendi cuscinetti multicolori. Gli esperti dell’Unesco, dopo ricognizioni e attenti studi, hanno riconosciuto le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità. Ne siamo orgogliosi. Per noi, tuttavia, le nostre montagne, tutte, sono da sempre un patrimonio di uomini perché lì hanno imparato una importante lezione di vita.

Rifugio Contrin. (10 ottobre 2015). Wikipedia, L’enciclopedia libera. Tratto il 28 ottobre 2015, 13:42 da it.wikipedia.org

Immagine Rifugio Contrin | Rifuginrete

Rifugio Velo Della Madonna – Pale di San Martino

Rifugio Velo Della Madonna - Pale di San Martino

Rifugio Velo Della Madonna - Pale di San Martino

Rifugio Velo della Madonna, di proprietà del CAI – SAT, è eretto su un terrazzo roccioso ai piedi della Cima della Madonna a quota 2358 mt., con accesso sia da San Martino di Castrozza che dalla Val Canali. Punto di partenza per interessanti itinerari escursionistici e alpinistici, il rifugio dispone di 54 posti letto.
Il “Velo della Madonna” è l’aereo spigolo nord-ovest dell’omonima cima, dove si snoda entusiasmante arrampicata dello “Spigolo del Velo”, sicuramente una delle più affascinanti vie “classiche” di tutte le Dolomiti.

Il Rifugio del Velo, inaugurato il 21 settembre del 1980, si trova in un punto dove convergono e partono numerosi e suggestivi percorsi alpinisti: oltre al già citato Spigolo vanno ricordate le vie normali alla Cima della Madonna, un percorso facilitato dalla presenza di segnavia rossi decisamente alpinistico, con difficoltà nell’ordine del 2 e 3 grado per ripercorrere la via seguita nel 1886 da G. Winkler con A. Zott. Accanto alla Cima della Madonna troviamo invece il Sass Maor (2812 m.) con un’altra divertente ascensione di 1 e 2 grado che risale l’intaglio tra le due cime, calcato per la prima volta da H.A. Beacheroff, C.C. Tucker, B. Della Santa e F. Devouassoud nel 1875 durante la prima ascensione alla vetta.

Diversi sono anche i sentieri attrezzati che si possono percorrere a partire dal fondovalle avendo come meta il Rifugio Velo della Madonna, tra cui ricordiamo quello dedicato al famoso scrittore Dino Buzzati e quello di più recente realizzazione dedicato alla Guida Alpina Camillo De Paoli, nonché la “Ferrata del Velo” e del “Porton” che consentono di raggiungere il Rifugio Pradidali.

Da www.rifugiovelodellamadonna.it

Immagine Rifugio Velo Della Madonna sulle Pale di San Martino | rifuginrete